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John Cheever[…] ho pensato che la morte è una solitudine molto più crudele di qualsiasi solitudine che ci venga mai lasciata intravedere nella vita. L’anima (pensavo) non lascia il corpo, ma vi resta attaccato attraverso ogni stadio degradante di decomposizione e incuria, nel caldo, nel freddo, nelle lunghe notti d’inverno quando non viene nessuno a portare una corona di fiori o una piante e nessuno dice una preghiera per noi. […]

(John Cheever, La morte di Justine, trad. vari)

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