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GuyTrevor

[…] Quando torno al parcheggio trovo uno spettatore: sta fermo, con un piede appoggiato sul muretto: i suoi occhi azzurri guardano fissi la spiaggia ma è come se non vedessero nulla, non hanno voglia di vedere il mondo della sabbia.
Si chiama Guy Trevor, è un distinto sessantenne che tradisce le sue origini con un leggero accento londinese. Ha una camicia leggera con dei dragoni cinesi disegnati, bermuda e occhialini rettangolari. È arrivato in California all’inizio degli anni Settanta, gli piacevano gli hippy, la contestazione di Berkeley, il clima mite tutto l’anno, l’atmosfera trasgressiva. Col tempo ha capito che poteva vivere benissimo vendendo agli americani il suo talento per le cose ricercate, originali e raffinate: si è inventato “interior design”, o più semplicemente arredatore di ville tra i campi da golf di Palm Spring. Per vent’anni ha scelto tappeti, quadri, divani, mobili, tendaggi e disegnato giardini. Lo chiamavano a ogni ora: doveva progettare spazi sempre più grandi e lussuosi. Il suo ultimo pallino erano i giardini in stile desertico, quelli che si creano per rispettare il paesaggio del West: sabbia, piante grasse, rocce e sassi di tutte le forme.

Poi un giorno il telefono ha smesso di squillare e il mondo di Guy è imploso fino a prendere le dimensioni di un camper Dodge degli anni Sessanta. La sua collezione di fotografie, statue del Buddha, disegni, libri e quadri non esiste più, tutto si è ridotto a una scatola di cartone che contiene gli estremi di una vita.

A Trevor, per arrivare in cima alla piramide sociale, per avere una villa con quattro camere da letto capace di ospitare le sue collezioni e il suo archivio, c’erano voluti quarant’anni. Per tornare al punto di partenza, davanti all’oceano Pacifico e senza un dollaro, solo novanta giorni. Oggi vive in questo camper del 1968, è come se il tempo non fosse mai passato dal giorno in cui sbarcò in California, come se la vita vissuta nel frattempo fosse sparita improvvisamente. Dissolta. […]

“La crisi immobiliare”, continua Trevor con il suo tono monocorde “ha ucciso il mio lavoro nel momento stesso in cui la rata del mutuo a tasso variabile è raddoppiata. E ha colpito un uomo vulnerabile, che aveva speso tutti i suoi risparmi per divorziare dalla madre delle sue due figlie. Gli avvocati si sono mangiati tutto, ma mi illudevo di essere forte perché guadagnavo bene, perché i prezzi delle case continuavano a salire, perché la gente amava gli interior designer con l’accento inglese e perché lavoravo giorno e notte. Tanto che avevo appena chiesto un prestito per costruire un cortile e rifare il giardino.”

Poi la bolla immobiliare è scoppiata e in un anno soltanto ha strappato due milioni di americani dalle abitazioni in cui vivevano. “Ho cercato di vendere, ribassando in continuazione il prezzo, ma il mercato crollava più veloce del mio coraggio di svendere. La mia casa era decorata in un modo meraviglioso, era un gioiello che amavo, ma questo non interessava più a nessuno. È rimasta lì: sola, inutile, nessuno è mai venuto nemmeno a guardarla. A mettere fine alla corsa ci ha pensato la banca, senza incertezze e senza pensieri. Con il pignoramento ho perso tutti i soldi che ci avevo messo dentro. Dopo non resta nulla.” […]

Con il 2009, lo ha gridato Barack Obama, le famiglie che hanno perso il loro sogno di proprietà o che hanno ricevuto la lettera di pignoramento sono arrivate a sei milioni. Una casa ogni nove è vuota. […]

A Santa Barbara più si abbassa il sole più sale il vento, ma Trevor sembra essere insensibile al freddo. “Il telefono è diventato muto: da un giorno all’altro mi sono scoperto inutile e superfluo, non c’era più mercato per me. In soli tre mesi non ero più in grado di pagare i conti. La banca si è ripresa la casa e mi ha accompagnato in mezzo alla strada.” […]

Allora di pranzo ero stato preparato a ciò che avrei visto da Nancy Kapp, l’animatrice dell’associazione New Beginnings, quelli che si sono inventati il programma parcheggi sicuri. “Chi perde la casa cerca di salvare l’auto, ultima possibilità per muoversi e avere un rifugio, e il cellulare, perché il numero di telefono è il solo indirizzo che rimane, il filo con il resto del mondo. Chi viene da una vita di povertà è preparato a una situazione come questa, ma per la gente della classe media è tutto molto più drammatico: crollano psicologicamente, cadono in depressione, tentano il suicidio.” […]

Fino ha poco tempo fa era vietato dormire in macchina, ora, grazie al progetto di Nancy, è possibile dalle sette di sera alle sette del mattino con un permesso speciale del Comune. […]

Così è stato per Trevor: “Sono tornato dal deserto sulla costa perché qui avevo gli amici di vecchia data: all’inizio ho fatto il giro delle loro case, mi facevo ospitare per una settimana o due, poi me ne andavo quando cominciavo a provare vergogna. La seconda tappa è stato dormire con il sacco a pelo nel cassone del pick-up, l’ho fatto per tre mesi, finché non ho visto questo vecchio camper in vendita. […]

Trevor, per necessità e fede religiosa, ha sposato la filosofia del momento che può essere racchiusa in una sola parola: frugalità. […] La frugalità è l’umore di un Paese che ha speso per anni molto più di quello che ha guadagnato, che in pochi mesi ha bruciato più ricchezza che in due guerre mondiali, e ora si rende conto che deve risparmiare, frenare, imparare e ricominciare. […]

Appare sereno: è caduto e poi si è rialzato, ma un piano sotto, ed è convinto che sia giusto farsene una ragione. […]

Torno da Trevor, ha già mangiato, si era messo a leggere e gli si stanno chiudendo gli occhi. Riprende a raccontare con lo stesso ritmo lento di prima, poi improvvisamente si accende. Quattro giorni al mese cambia completamente umore, diventa un altro e supera il muretto (quello che separa il parcheggio dalla spiaggia, ndr): accade quando arrivano le figlie, ogni due fine settimana. Hanno 11 e 13 anni e abitano con la mamma a Oxnard, una cinquantina di chilometri più a sud: “Sono felici di questa sistemazione, la chiamano ‘la casa al mare‘, dicono che avevano sempre sognato di addormentarsi con il rumore delle onde. E appena ci svegliamo corriamo sulla spiaggia, tutti e tre insieme con i piedi nella sabbia”.

(Mario Calabresi, La fortuna non esiste)

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