Tag

, , ,

“Un giorno lei si lasciò andare. Eravamo in albergo, nel bar del salone Eva, stava seduta sulla sua poltrona preferita, quella dove rifletteva, riposava, qualche volta si addormentava pure. Era il primo pomeriggio.

«Mi dispiace» – mi disse – «ma non sono stata capace».

Mi avvicinai a lei.

«Di cosa, mamma, non sei stata capace?», le domandai.

«Non ho saputo darti affetto».

Avrei dovuto risponderle che era vero, che la mia tragedia era stata crescere senza l’amore dei genitori, ma tacqui per non aggiungere un altro dolore al dolore.

«Hai avuto una bambinaia, la signorina Win» – proseguì lei – «che ti ha potuto dare tutto quello che io non sono riuscita a trasmetterti. E devi essere contento di questo. Con tuo padre abbiamo trovato una tata giusta per te, per quegli anni di Milano. Se non ci fosse stata lei, non saresti diventato quello che sei».

Era vero. Dovevo moltissimo a quella minuta, gentile, paziente bambinaia. Prima l’America e poi il correre degli anni hanno separato i nostri destini, ma ci siamo sempre tenuti in contatto: sebbene lontana fisicamente, era comunque per me una di famiglia. Avrei voluto conoscesse i miei figli e, quando nacquero, eravamo d’accordo che presto sarebbe venuta lei a Roma o saremmo andati noi a trovarla in Germania. Alla fine fummo noi a raggiungere il suo Paese, purtroppo per i suoi funerali. Morì all’improvviso, d’estate, poco prima di compiere 90 anni. Ricordo che, quando arrivò la telefonata con cui ci avvisarono, mi mancò il respiro. Provai un dolore profondo, quasi fisico, simile a quello che si avverte per la morte di un genitore. E in fondo, lei lo era stata per me. Nei tristi anni di Milano era stata la sola a starmi accanto, e non soltanto perché quello era il suo lavoro: la signorina Win mi voleva davvero bene. È stata lei a educarmi, a spiegarmi le cose, ad accompagnarmi nella crescita. I suoi insegnamenti mi servono ancora oggi, mi saranno utili per sempre, perché è da lei che ho imparato i principi della vita di ogni giorno. È ciò che fanno tutte le mamme, eppure mia madre non ha saputo farlo, ma ci ha pensato la signorina Win.

Il funerale si svolse ad Augsburg, in Baviera. Noi la chiamiamo Augusta, è una delle più antiche città tedesche, fondata ai tempi dell’imperatore omonimo. Ha un bel cimitero, dove mi sorprese l’austera tomba della sua famiglia, in marmo nero. Scoprii che la signorina Win apparteneva a una casata importante. Nessuno lo aveva immaginato, perché lei era sempre stata di un’assoluta semplicità, lontana da ogni apparenza o esteriorità, votata soltanto al bene altrui. Diceva di essere stata chiamata da Dio a occuparsi degli altri, per assistere chi aveva bisogno. Raccontava sempre di uno straordinario episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale. Durante i bombardamenti della sua città, lei cercava di aiutare i feriti e un giorno, per sbrigarsi e correre più velocemente, aveva gettato la sua cartella dentro una finestra al piano terra di una casa mezza diroccata. Alcuni mesi dopo, alla fine della guerra, era ripassata davanti a quel palazzo, nel frattempo totalmente crollato, ma aveva voluto controllare se la sua cartella fosse ancora là. Era rimasta miracolosamente lì. La prese e non la lasciò mai più. A Milano la usava tutti i giorni e anche le lettere che scrivevo ai miei genitori viaggiavano lì dentro prima di essere spedite.

In quel pomeriggio nel salone Eva, sorseggiando un bicchiere del suo prosecco preferito che la incoraggiava a prendere una decisione, Carmen Wirth era finalmente pronta a liberarsi dal senso di colpa che per lunghi anni l’aveva tormentata. Lo capii e ne presi atto, ma le mie sofferenze erano state troppe, e le conseguenze erano ancora così gravi, per potermi commuovere. Se mi guardavo indietro, vedevo soltanto solitudine. Ripensavo a Milano, a quando provai a tagliarmi la lingua, a lei e mio padre, che erano venuti a trovarmi una sola volta in tanti anni, a quel maledetto «metti le mani sotto il tavolo».

Ma non era rancore, semmai profonda, inconsolabile sofferenza.

«Non ho avuto il coraggio di amarti fino in fondo», aggiunse mia madre. Forse fu proprio allora, in quel drammatico pomeriggio, che cominciò seriamente a pensare di abdicare dal suo trono di regina dell’Hassler.

(Roberto Wirth, Il silenzio è stato il mio primo compagno di giochi)

Annunci